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# Chi ha il diritto di farti aspettare
- URL: https://myagilestories.com/chi-ha-il-diritto-di-farti-aspettare/
- Published: 2026-09-07T05:30:00.000Z
- Updated: 2026-09-07T05:29:59.000Z
- Description: In ogni organizzazione qualcuno può far aspettare il lavoro di qualcun altro. È una decisione di governo come approvare un budget, e quasi mai è scritto chi ha il diritto di prenderla.
- Author: Gaetano Frascolla
- Tags: Decisioni

Fra il momento in cui un lavoro è pronto e quello in cui serve davvero a qualcuno passa del tempo, e quel tempo è fatto di due materiali. Uno sono le ore in cui una persona ci mette le mani. L'altro sono i giorni in cui la cosa sta ferma: su una scrivania, in una casella di posta, in una colonna che si chiama «in attesa di approvazione». Nelle organizzazioni un po' grandi il secondo materiale occupa più spazio del primo, di solito con largo margine.

Quella coda ha un'origine precisa. Qualcuno ha stabilito che il lavoro passasse di lì, che passasse dopo altre cose, e che a decidere l'ordine fosse una certa persona o un certo tavolo. È una regola di precedenza, e decidere le precedenze è governance quanto lo è decidere un budget. Con una differenza: di un budget si sa sempre chi l'ha approvato.

## Il tempo fermo appartiene a qualcuno

In quasi tutte le organizzazioni si sa dire chi fa un certo lavoro. Molto più di rado si sa dire chi ha stabilito quanto quel lavoro deve aspettare prima di essere fatto.

Eppure il diritto di far aspettare gli altri esiste, ed è distribuito. Ce l'ha chi può dire «questo prima» e viene ascoltato. Ce l'ha chi convoca il tavolo che si riunisce il giovedì, perché fissando la data ha fissato anche l'attesa di tutto quello che quel tavolo deve guardare. Ce l'ha chi parla con i clienti, che passa davanti per una ragione che nessuno discute.

Chi esercita quel diritto quasi mai sa di averlo. Manda una richiesta, e la sua richiesta scavalca; non ha ordinato niente a nessuno, ha solo scritto. L'ordine della fila si è mosso lo stesso, e quello che ha spostato è il lavoro di qualcun altro.

## Dove non c'è una regola scritta, decide la prossimità

L'ordine con cui le cose vengono prese in mano si rifà da capo ogni giorno, e premia la prossimità molto più dell'urgenza. Le cose che aspettano più a lungo sono quelle che non hanno una persona con voce a reclamarle. La manutenzione di un sistema che per adesso funziona. Il debito che qualcuno si è preso due anni fa. L'accordo che il gruppo si era dato su come lavorare e che nessuno ha più tempo di applicare. Nessuna di queste ha un mittente che può alzare un telefono, quindi restano indietro, e restano indietro ogni volta.

> Quando la regola di precedenza non è scritta, la fila si ordina da sola secondo chi ha il canale più corto verso chi decide.

Le file, va detto, esistono per una ragione seria. La capacità è finita, e quando è finita qualcosa aspetta: metterlo in fila è più onesto che far finta che tutto proceda in parallelo. Quello che si può discutere non è l'esistenza della fila, è il criterio con cui viene ordinata. E un criterio si discute soltanto se qualcuno lo ha dichiarato.

## La misura che conta è il tempo che passa

Nicole Forsgren, Jez Humble e Gene Kim, in *Accelerate*, guardano alla consegna del software con una misura semplice: il tempo trascorso. Lo contano dal momento in cui una cosa è pronta a quello in cui è in mano a chi la usa, e lo preferiscono al conteggio del lavoro prodotto. La misura descrive il sistema più che le persone che ci stanno dentro, ed è la ragione per cui nessuno la migliora lavorando più in fretta: la maggior parte di quel tempo non è lavoro. È attesa fra un passaggio e l'altro, e ogni passaggio sta lì perché qualcuno ha avuto l'autorità di metterlo.

C'è una loro conclusione che sta bene accanto a questo discorso: i controlli di approvazione affidati a chi sta fuori dal gruppo che fa il lavoro non producono la sicurezza che promettono, e intanto allungano l'attesa. Se è così, quel passaggio in più restituisce meno di quello che costa, e chiedere chi l'ha voluto diventa una domanda ragionevole.

Misurare il tempo trascorso, comunque, non lo accorcia. Fa una cosa diversa e utile. Un numero non toglie a nessuno la facoltà di scavalcare: rende dicibile che qualcuno l'ha esercitata.

## Chi ha creato la coda deve poter comparire

Non serve un processo nuovo. Chi propone un processo per governare le code, in genere, ne aggiunge una: un comitato che stabilisce le priorità è un altro posto in cui il lavoro si ferma, aspettando che qualcuno si riunisca.

Serve qualcosa di più scomodo e più economico. Che la precedenza abbia un nome sopra, e che quel nome sia una persona a cui si può chiedere in base a che cosa il proprio lavoro sta fermo. Non per protestare, e nemmeno per ottenere il primo posto: per sapere se la ragione esiste. Certe volte esiste ed è ottima, e sentirsela dire cambia il modo di aspettare. Altre volte non esiste, e allora è già successo qualcosa di utile, perché una precedenza senza ragione, una volta esposta, difficilmente sopravvive intatta.

Un'organizzazione che sa dire chi ha stabilito le proprie precedenze sta governando anche quando non lo chiama così. Una fila lunga, presa da sola, dice poco: dipende pure da vincoli veri, che non si tolgono per decreto. Dice molto di più, per me, se di quell'ordine si può chiedere conto, e chiederlo senza pagarlo. Dove quella domanda costa, la precedenza è protetta dalla posizione di chi l'ha stabilita, e nessuno la esamina più.

Alla fine c'è un'asimmetria che tiene tutto fermo. Chi aspetta sa benissimo di aspettare: conta i giorni, e li conta davanti a qualcuno a cui aveva promesso una data. Chi ha creato l'attesa, quasi sempre, non sa di averla creata: ha mandato una mail il martedì, oppure ha chiesto una cosa urgente a una persona che in quel momento stava facendo altro. Finché quelle due informazioni non si incontrano, la fila resta come è. Non perché qualcuno la difenda: perché nessuno sa di doverla difendere.

## Riferimenti

- Nicole Forsgren, Jez Humble, Gene Kim, *Accelerate* (2018)