Cultura

"Abbiamo fatto la call?" La forma senza la sostanza

Un team può tenere tutti gli eventi di Scrum e non cambiare niente. La domanda utile non è se la call si è fatta, ma cosa ha reso visibile.

Astratto: un anello aperto, la forma tenuta ma non chiusa (sostanza sfuggita)

Adottare ruoli, eventi e vocabolario di Scrum non basta. Se trasparenza, ispezione e adattamento non cambiano, il rito rischia di nascondere il problema invece di mostrarlo.

C'è una domanda che gira nei team più di quanto ammettiamo: "abbiamo fatto la call?". Sembra innocua, quasi diligente. In realtà, quando diventa la misura del nostro lavoro, è il segnale che qualcosa si è già spostato. Perché la domanda utile non è se la call si è tenuta. È un'altra: cosa è diventato visibile grazie a quella call?

Mettiamola così. Un'organizzazione può prendere in prestito tutto l'apparato di Scrum. I ruoli, il Product Owner, lo Scrum Master, gli Sviluppatori. Gli eventi e le attività: la pianificazione, la review, la retrospettiva, il refinement. Il vocabolario, con i suoi incrementi e i suoi backlog. E può continuare a funzionare esattamente come prima: stesso controllo dall'alto, stessa delega implicita, stessi problemi risolti in privato tra due persone fuori dalla stanza. La forma c'è tutta. La sostanza non si è mossa di un centimetro.

Per me è qui che sta il fraintendimento più costoso. Scrum non è un insieme di riunioni da spuntare. È un modo per rendere leggibile un sistema di lavoro. Per me serve a far emergere cinque cose: com'è messo il prodotto, chi ha in mano cosa, che feedback stiamo ricevendo, quali decisioni prendiamo e dove passano i confini tra le persone. Se dopo tre mesi di eventi puntuali queste cinque cose non sono più chiare di prima, il problema non è che manca ortodossia. Il problema è che il rito sta girando a vuoto.

Il rischio non è l'assenza di Scrum, è lo Scrum che copre

Un rituale ha una qualità scomoda: rassicura. Se il calendario è pieno di eventi con il nome giusto, tutti possono dirsi tranquilli. Stiamo facendo Agile. Il refinement è al suo posto, la retrospettiva pure. Eppure la retrospettiva può essere il luogo in cui non si decide niente, e il refinement può diventare un aggiornamento di stato mascherato da confronto.

Quando succede, la cerimonia smette di essere una lente e diventa una tenda. Copre. Ci fa sentire allineati senza che il sistema sia davvero cambiato. E questo è più pericoloso dell'assenza di metodo, perché l'assenza almeno si vede. La forma vuota, no: ha l'aria di essere sana.

Quando succede, la cerimonia smette di essere una lente e diventa una tenda. Copre.

Ho in mente l'immagine della salsa e del pesce. Ci si trova per mangiare un buon pesce, il valore vero del refinement, e ci si ritrova con un piatto pieno di salsa che non porta da nessuna parte. La salsa è tutto ciò che aggiungiamo intorno all'incontro per farlo sembrare completo: la puntualità, il format, il fatto stesso di averlo tenuto. Ottima, per carità. Ma se copre il pesce, abbiamo sbagliato pranzo.

Il PO, lo SM e il Management dentro lo stesso equivoco

La versione più diffusa di questo scivolamento è quando gli eventi diventano luoghi di aggiornamento invece che momenti di ispezione. Il Product Owner arriva e racconta a che punto è. Lo Scrum Master verbalizza. Il Management ascolta e, se serve, corregge. Sembra ordinato. Ma nessuno sta davvero ispezionando qualcosa insieme, e quindi nessuno sta adattando niente. Si condividono fatti, non si mettono in discussione ipotesi.

La differenza è sottile e cambia tutto. Ispezionare significa guardare un artefatto o un risultato e chiedersi se stiamo andando dove volevamo. Aggiornare significa dire dove siamo, senza che quel "dove siamo" produca una decisione. Il primo è responsabilità condivisa. Il secondo è un rendiconto. E un rendiconto puntuale, ripetuto ogni due settimane, può convivere per mesi con un prodotto che va nella direzione sbagliata.

Come si capisce se il rito serve

Non propongo di essere più fedeli alla lettera di Scrum. Sarebbe curare il sintomo con più sintomo. Propongo un test più onesto, da tenere a mente ogni volta che un evento finisce.

Chiediti se, uscendo da quella stanza, qualcosa è diventato più leggibile o più responsabile di quando sei entrato. Se c'è una decisione che prima non c'era. Se una zona grigia sul chi-fa-cosa si è chiarita. Se un pezzo di lavoro che stava sottotraccia è finalmente emerso e ha trovato un posto. Se la risposta è no, e capita più spesso di quanto vorremmo, l'evento non ti sta servendo. Ti sta consolando.

Per come la vedo, la salute di un'adozione Agile non si misura dal numero di cerimonie rispettate. Si misura da quanto il sistema, dopo quelle cerimonie, si vede meglio da solo. Un buon rito lascia dietro di sé più chiarezza di quanta ne abbia trovata. Un rito che gira a vuoto lascia solo la sensazione di aver fatto la propria parte.

Per me la domanda da riportare nei team è proprio questo cambio di verbo. Smettere di chiedere "abbiamo fatto la call?" e cominciare a chiedere "cosa abbiamo reso visibile?". È una domanda più scomoda, perché a volte la risposta è niente. Ma è l'unica che tiene la governance davanti al rito, e non il contrario.

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