Backlog

Il lavoro sommerso non è disordine. È un messaggio

La domanda giusta non è chi non ha segnato il task. È cosa, nel sistema, rende conveniente che quel lavoro resti invisibile.

Astratto: un cerchio quasi tutto sotto la linea di superficie, punto plum sommerso

Le attività che non finiscono mai negli artefatti ufficiali non sono task dimenticati. Dicono qualcosa sul sistema: che una parte del lavoro necessario a farlo reggere resta, per qualche motivo, invisibile.

In quasi ogni team c'è un livello di lavoro che non si vede. Non compare nel backlog, non ha un owner dichiarato, non passa da nessun rito. Eppure senza quel lavoro il sistema non starebbe in piedi. Qualcuno tiene insieme le cose, ricuce, anticipa, compensa. E lo fa in silenzio, perché è la cosa più naturale del mondo: se manca un pezzo, lo metti tu. Mi viene in mente la casa dove c'è sempre qualcuno che ricompra il latte quando sta per finire: nessuno lo nomina, nessuno lo ringrazia, e te ne accorgi solo il giorno in cui quella persona non c'è e il caffè te lo bevi amaro.

Chiamiamolo lavoro sommerso. La tentazione, quando lo scopriamo, è di trattarlo come un problema di ordine. Basta segnarlo. Aggiungiamolo al backlog, diamogli una card, e il gioco è fatto. Per me è qui che si sbaglia mira. Aggiungere il lavoro sommerso agli artefatti non è la soluzione. È, semmai, l'ultimo passo di una domanda che va fatta prima: perché quel lavoro un posto non ce l'aveva?

Il sommerso come sintomo, non come svista

Le attività sommerse non sono attività distratte. Sono un sintomo sistemico. Ci dicono che una porzione del lavoro serve davvero a far funzionare team, persone, ruoli e coordinamento, ma sta fuori da tutto ciò che l'organizzazione riconosce ufficialmente come lavoro.

E allora la domanda seria non è "chi non ha segnato il task?". Quella domanda cerca un colpevole e chiude il caso. La domanda seria è più scomoda: cosa, nel sistema, rende conveniente che questo lavoro resti invisibile?

Perché il sommerso, di solito, non è casuale. C'è un motivo per cui è rimasto sotto. Magari mancava un owner, e nessuno se lo voleva prendere. Magari mancava un rito dove farlo emergere. Magari mancava una definizione di valore: quel lavoro non "contava" abbastanza per meritare un posto. Oppure, e questa è la versione più difficile da dire ad alta voce, il sistema dava per scontato che qualcuno compensasse in silenzio. E finché quel qualcuno compensa, il problema non si vede, quindi non esiste.

Perché il backlog da solo non salva

Nei team si tende a pensare che backlog e strumenti di gestione facciano automaticamente emergere il lavoro reale. Non è così scontato. Un backlog può benissimo diventare una nuova superficie ordinata costruita sopra lo stesso sommerso. Bella da vedere, aggiornata, piena di card. E sotto, intatto, tutto il lavoro che nessuno ha voglia o modo di rendere ufficiale.

Il backlog serve se fa risalire ciò che stava sotto. Non serve, o addirittura peggiora le cose, se diventa un altro livello di rappresentazione che ci fa sentire a posto. Perché a quel punto abbiamo due sistemi: quello ufficiale, ordinato, e quello vero, sommerso. E chi lavora nel secondo si sente ancora più solo di prima, perché ora c'è pure la prova documentale che il suo lavoro non conta.

Rendere visibile è già governare

Alla radice, portare a galla il lavoro sommerso è un atto di governance, non di igiene del board. Significa prendere una posizione su cosa, in questa organizzazione, conta come lavoro. Significa decidere che la compensazione silenziosa non è un tratto caratteriale di qualcuno da lodare a fine anno, ma un buco di sistema da chiudere.

Portare a galla il lavoro sommerso è un atto di governance, non di igiene del board.

E ha delle conseguenze, se lo si fa sul serio. La prima è che qualcuno dovrà smettere di compensare, e per un po' le cose funzioneranno peggio. È scomodo, ma è sano: solo quando il pezzo mancante si vede possiamo decidere chi se lo prende davvero. La seconda è che alcune attività, una volta emerse, scopriremo che non servono. Le facevamo per abitudine, o per paura. Anche questo è un risultato: il sommerso non è solo lavoro prezioso nascosto, a volte è lavoro inutile che nessuno ha mai osato mettere in discussione perché non era mai stato nominato.

C'è anche una questione di giustizia, non solo di efficienza. Il lavoro sommerso ricade quasi sempre sulle stesse persone: quelle che non riescono a lasciare un buco scoperto, quelle che si sentono responsabili anche di ciò che nessuno ha assegnato loro. Sono spesso le più affidabili, e proprio per questo le più esposte. Il sistema impara che possono compensare, e smette di chiedersi se dovrebbero. Rendere visibile quel lavoro serve anche a loro: a togliere dalle loro spalle la parte che non gli spetta, e a restituirla a una decisione collettiva. Finché resta sottotraccia, invece, l'unico riconoscimento possibile è privato, informale, e non cambia le regole.

La mossa pratica non è aggiungere una colonna al board. È cambiare la prima domanda. Non "come mai questo non era tracciato?", ma "cosa ci stava dicendo il fatto che non lo fosse?". La prima cerca un responsabile. La seconda cerca un pezzo di sistema da capire. E in mezzo, di solito, c'è la differenza tra un'organizzazione che si limita a mettere ordine e una che comincia davvero a governarsi.

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